MEDIOEVO TEMPLARE |
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a cura di Vito Ricci |
di Vito Ricci
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2.1 Dalle origini a Innocenzo III - 2.2 Il periodo svevo - 2.3 Il periodo angioino - 2.3 Il declino dell'Ordine. Le Inquisizioni e il processo di Brindisi |
2.1 Dalle origini a Innocenzo III
Sicuramente
i Templari cominciarono ad insediarsi a sud del Garigliano dopo il 1139, anno
in cui fu raggiunta la pace tra il re normanno Ruggero II e il papa Innocenzo
II.
La più antica testimonianza scritta sulla presenza dei Templari in Puglia (e anche in tutto il Regno di Sicilia) ci è offerta da Amando diacono di Trani e, dal 1153, vescovo di Bisceglie, nella sua Historia Traslationis Sancti Nicolai Peregrini (Storia della traslazione di San Nicola pellegrino) databile intorno al 1143. L'autore riferisce di un avvenimento portentoso durante la cerimonia di traslazione del corpo del Santo: nel cielo completamente terso, all'improvviso, sulla Cattedrale si levarono due colonne di nuvole. Il diacono Amando asserisce la presenza dei cavalieri del Tempio alla processione scrivendo che: «Milites Templi Domini, qui paulo remotius ad urbe [Trani n.d.a.] distabant hoc cernentes dixerunt illud stupendum miraculum sacri corposis traslationem iudicare».
Questi sono gli unici elementi forniti da Amando sui Templari nella città di Trani; alcuni autori (Prologo prima, ripreso da Ronchi) ritengono che i Milites Templi già prima del 1143 dimoravamo in un edificio attiguo alla chiesa di Ognissanti al di fuori della cinta muraria tranese. La tradizione vuole che tale chiesa con l'annesso Ospedale e l'Abbazia fu costruita dagli stessi cavalieri rossocrociati intorno alla metà del XII. La presenza dei Templari nella città pugliese è da far risalire almeno al 1139, come può dedursi dall'esame di una lapide murata in prossimità dell'accesso secondario destro dell'ecclesia che reca la seguente iscrizione: «HIC REQUIESCIT COSTANTINUS ABBAS ET MEDICUS ORATE PRO ANIMA EIUS» («Qui riposa Costantino Abate e Medico, pregate per la sua anima»). Il Templare Costantino, medico e abate-rettore della domus tranese, apparteneva alla classe dei canonici; ebbene, solo dal 1139 con la Bolla Pontificia «Omne datum optimum» (con la quale, tra l'altro, si concedevano diversi privilegi all'Ordine) veniva istituita la figura dei Cappellani per il servizio religioso e liturgico nelle precettorie. Prima di tale Bolla i canonici prestavano servizio "per misericordia", erano "distaccati" presso le domus e non appartenevano all'Ordine. Deve dedursi che la lapide funeraria è da datarsi dopo il 1139 e che, quindi, a quell'epoca i Templari erano già presenti a Trani.
Da questa città l'ordine cavalleresco si diffuse gradualmente nelle zone limitrofe, raccogliendo elemosine e lasciti dei benefattori. Da un atto del marzo 1148 del primicerio Ungro di Leone a favore dell'Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni si apprende dell'esistenza di una «terra cum olivis fratum Templi» in località Vaditello di Molfetta. Tra il 1157 e il 1158 il vescovo di Canne Giovanni (o Bonifacio) assegnava ai Templari la chiesa di S. Maria de Salinis. Il centro di espansione templare nell'Italia meridionale divenne Barletta: nel 1169 essi ricevettero da Bertrando (Vertrando), arcivescovo di Trani, la chiesa di S. Maria Maddalena destinata a diventare il centro amministrativo templare nella provincia di Apulia e sede del Maestro Provinciale. Probabilmente il primo di tali magister Apuliae fu Enrico, citato in un atto di vendita redatto a Minervino Murge (ora in provincia di Barletta-Andria-Trani) nel marzo 1169.
Intorno alla metà
del XII secolo i Templari realizzarono la chiesa di Ognissanti a Trani, nei
pressi del già esistente ospedale, avvalendosi di
qualche confraternita di costruttori e nel luglio del 1170 si videro
donare delle proprietà fondiarie da Orso Rogadeo. Sempre intorno a questi
anni si ha testimonianza di nuovi possedimenti nel territorio di Molfetta. Nel
dicembre 1187, Giovanni Amerusius, regio barone e signore di Triggiano (Bari),
lasciò ai Templari un calice d'argento, segno, dobbiamo desumere, di
espansione nella parte più meridionale della Terra di Bari. Nel frattempo
l'Ordine costituì diverse domus in Capitanata: a Foggia, a Salpi e a Troia.
Nel nord barese si ebbero insediamenti ad Andria, Sovereto e Terlizzi. A Bari
i cavalieri rossocrociati ottennero dal
Cancellarius Alemannie la chiesa di San Clemente. In Terra d'Otranto i
Templari si insediarono a Brindisi, Lecce, Oria e Otranto.
L'espansione
templare si accentuò alla fine del XII secolo con l'avvento al soglio
pontificio di Innocenzo III. Il nuovo papa si dimostrò particolarmente
benevolo nei confronti dell'Ordine, anche se non mancarono, in alcune circostanze,
aspre critiche all'atteggiamento arrogante di alcuni Templari. Di fronte
all'indifferenza dei sovrani europei a partecipare ad una nuova crociata,
Innocenzo III contava sulla nobiltà feudale, sui pauperes,
sugli ordini religiosi e soprattutto sui Templari per realizzare tale
progetto. Alla vigilia della IV crociata, Innocenzo III intervenne dell'Ordine
confermando la bolla Omne datum
optimum e proteggendolo dagli attacchi del clero regolare. Il papa
nel giugno del 1200 intervenne nella questione tra i Templari e la chiesa
barese circa il possesso dell'ecclesia di San Clemente, attribuita ai
cavalieri rossocrociati dal Cancellarius
Alemannie, incaricando i vescovi di Conversano e Bitetto di convocare le
parti, sentire le ragioni di ciascuna e risolvere la controversia secondo
giustizia. Pur non avendo alcuna prova dell'esito del verdetto, la chiesa di
San Clemente fu assegnata in modo definitivo ai Templari, visto che ancora
apparteneva a costoro nel 1310.
All'inizio del XIII secolo si ebbe la costituzione di una nuova precettoria a Ruvo di Puglia. Nel 1213 a Trani si riunì il Capitolo della Provincia di Apulia presieduto da Pietro di Ays, Maestro Provinciale, per risolvere una controversia tra la domus templare di Foggia e il monastero di San Leonardo di Valle Volaria.
L'Ordine del Tempio nel regno di Sicilia trovò in Federico II di Svevia dapprima un atteggiamento d'indifferenza: il sovrano confermò i privilegi concessi da Onorio III e dai sui successori sul trono imperiale e su quello del regno di Sicilia. L'imperatore ebbe un rapporto privilegiato con l'Ordine di S. Maria di Gerusalemme (Ordine Teutonico) formato esclusivamente da cavalieri tedeschi, tanto che Hermann von Salza, Gran Maestro dell'Ordine Teutonico, fu suo fidato consigliere. Egli cominciò a mostrare aperta ostilità nei confronti dei cavalieri rossocrociati dal 1227 con l'elezione a pontefice di Gregorio IX, che intendeva combattere l'egemonia del sovrano svevo nella penisola italiana. I Templari, schieratisi dalla parte del papato, divennero oggetto di rappresaglia in Terra Santa.
Con la scomunica da parte di Gregorio IX nei confronti di Federico II nel 1227 si ebbe una svolta (in senso negativo) nella storia dell'Ordine templare nella provincia di Apulia. L'imperatore ordinò ai giustizieri del regno di sequestrare i beni che i templari possedevano in contrasto con la legislazione sulla monomorta. Anche per tale motivo il papa reiterò la scomunica nel marzo 1228, pur tuttavia Federico II non tornò sui propri passi ribadendo le misure restrittive nei confronti dei cavalieri del tempio e nel luglio del 1228 Rogerio, precettore della domus di Foggia, e Giovanni da Barletta dovettero vendere due parti di un mulino in osservanza di un editto imperiale.
Con la presa di Gerusalemme
nell'estate 1228, i rapporti con i Templari precipitarono ulteriormente,
accusando costoro persino di attentare in due occasioni alla vita del sovrano
svevo, il quale proibì agli stessi di rientrare a Gerusalemme. Seguì una
nuova spogliazione di beni dei Templari (e degli Ospedalieri) a favore dei
Teutonici, che colpì particolarmente la Capitanata:
ne abbiamo notizia nel Quaternus
de excadenciis et revocatis redatto dal giudice Roberto di Aviano e dal
notaio Tommaso di Avellino. Da tale fonte, come vedremo trattando delle domus
della Capitanata, risulta la portata economica dei beni templari e delle
relative rendite in questa zona. Negli ultimi anni di vita Federico II cercò
di riappacificarsi con l'Ordine del Tempio senza tuttavia riuscirvi,
Morto
Federico II, con Corrado i rapporti continuarono ad essere piuttosto tesi. Si
allentarono con Manfredi, specialmente dopo l'ascesa in Sicilia della figlia Costanza, formatasi nel clima cortese del
Monferrato e sensibile alla causa templare. Dalla corte piemontese i templari
Alberto e Guglielmo de Canelli seguirono la principessa in Sicilia. Il primo
divenne Gran Precettore dell'Apulia ed entrò sotto la protezione di Manfredi,
che in un atto datato 22 marzo 1262 ordinò che il dignitario templare, nonché
consanguineo et fidelismo, non
venisse molestato assieme a tutto l'Ordine templare nel Regno di Sicilia.
Durante il periodo in cui Alberto de Canelli resse la Provincia di Apulia
(1262-1266) i rapporti tra i Templari e Manfredi migliorarono notevolmente,
tanto che il Maresciallo del Tempio Stefano de Sissy si rifiutò di eseguire
l'ordine del papa di reclutare milizie contro il sovrano svevo e per questo
venne scomunicato. Anche di fronte alla richiesta papale di intervenire per la
riconquista della Sicilia i Templari risposero negativamente, al che Clemente
IV invitò il legato apostolico nel Regno di Sicilia ad esigere la decima dai
Templari nonostante ne fossero esentati dai tempi di Innocenzo III. Con la
sconfitta di Manfredi a Benevento da parte di Carlo d'Angiò, Alberto de
Canelli lasciò la provincia di Apulia.
Il
nuovo re di Sicilia Carlo I d'Angiò mostrò subito la sua benevolenza verso
l'Ordine e il 24 giugno 1267 consentì a Baldovino «magistro Templariorum»
di esportare dal porto di Bari «quadem victualia ad subsidium Terrae
Sanctae vectigalia, quod ius exiturae dicitur, immunia». In diverse
circostanze il sovrano Angioino concesse ai Templari di inviare derrate
alimentari a San Giovanni d'Acri con facilitazioni e sgravi doganali in cambio
dell'appoggio dell'Ordine rossocrociato. Si ha notizia di vari provvedimenti
in tal senso relativi a spedizioni dai porti pugliesi: nel 1271 fu disposto
dal re che Arnulfo de Ursemali
potesse esportare dai porti pugliesi vettovaglie per Acri; nel gennaio del
medesimo anno, a seguito delle richieste di Sabino magister
della domus di Barletta, Carlo I ordinò al Portolano di Puglia Risone
de Marra di soprassedere per quattro anni alla riscossione della balista sulle spedizioni di vettovaglie templari per la Terra
Santa e di non molestare la fondazione barlettana. Il 18 marzo il re ordinò
al Secreto di Puglia di permettere
ai Templari di esportare
da qualsiasi porto della regione 6.000 salme di frumento e orzo per San
Giovanni d'Acri. Il 4 maggio 1273 il sovrano angioino scrisse al Portolano di
Barletta di acconsentire alle esportazioni templari dai porti pugliesi e
il 22 gennaio 1274 al Portolano di Puglia Nicola
Frecze, ordinando di far estrarre dai porti di Bari e Manfredonia frumento
per Acri. Il 18 gennaio 1278 Carlo I dispose affinché Girardo, frater
templare, potesse estrarre «de quocumque portu Apulia triginto salmas
leguminen, elasque in Ungariam per mare deferenti».
Non
meno benevolo del suo predecessore nei confronti
dei Templari fu Carlo II. La curia angioina mostrò particolare
attenzione verso la domus di S. Maria Maddalena di Barletta: intervenne presso
un saraceno per indurlo a restituire ai Templari di Alberona, dipendenti dalla
domus barlettana, suini e pollame; ordinò ai giustizieri di
Capitanata di non molestare i Templari di Barletta per il servizio militare
nei feudi di Versentino, Alberona e Lama; intervenne presso il Capitano di
Lucera affinché fosse garantito ai Templari il diritto di pascolo nel territorio di Tora
vicino Alberona. Su richiesta di Rainando de Varensis, Gran Precettore di Apulia, ordinò agli
Ufficiali del Regno di non molestare l'Ordine cavalleresco. Il 27 febbraio
1303 Carlo II d'Angiò intervenne per la soluzione della causa relativa ad
alcune masserie templari nel territorio di Lucera. Il 9 febbraio 1307 Roberto
d'Angiò, reggente del Regno, su richieste del Gran Maestro Jacques de Molay,
condonò ai Templari pugliesi alcune multe per aver inviato a Cipro navi
onorarie senza la regia autorizzazione, e consentì all'Ordine di non essere
sottoposto al monopolio regio del sale potendo estrarre a tempo indeterminato
300 salme di sale annue dalle saline pugliesi.
©2004 Vito Ricci